Swing Journal – Japan

Swing Journal – Japan

17 novembre 2007 / Nessun commento

(Traduz. dal giapponese)

ANDREA PAGANI

L’italiano che sta debuttando nel mondo della musica utilizzando armi quali interpretazione swing, senso melodico e bellezza espressiva.

Intervista e testo a cura di Sugita Hiroki

Finalmente, anche in Giappone, direttamente dalla scena del jazz italiano, un nuovo pianista si affaccia sulle luci della ribalta, debuttando nel nostro Paese.

Il suo nome è Andrea Pagani.

Avendo già superato i 35 anni, non sarebbe stato affatto strano se fosse stato presentato in Giappone già un po’ di tempo fa.

Tuttavia, in quel luogo affascinante che è l’Europa, un pianista come Pagani probabilmente verrebbe considerato un grande talento fiorito in ritardo.

“Ho iniziato a studiare pianoforte piuttosto tardi, quando avevo già 16 anni. Il mio primo contatto col jazz avvenne a 18 anni, quando capitò a casa un pianista amico di mio zio. Lo ascoltai suonare il pianoforte e quello fu l’inizio di tutto. Dopo di che introdotto da lui, incominciai a studiare sotto la guida del maestro Aldo Iosue. Inizialmente mi piaceva Thelonious Monk, e in seguito sono diventato un fan di Bill Evans e Oscar Peterson.”

Mentre frequenta il conservatorio segue le lezioni di Enrico Pierannunzi e Barry Harris, e dopo essere diventato un pianista professionista, durante tutto il corso degli anni 90 è attivo con gruppi  che propongono R&B, acid jazz e musica funk.

A proposito di ciò Pagani mi ha raccontato con disinvoltura che quando ha cominciato ad esibirsi, gli ambienti musicali che frequentava ed in cui era richiesto come pianista, erano quelli. Era anche la moda del momento, e con quei generi si lavorava parecchio, oltre a divertirsi.

L’esperienza di aver formato un gruppo dal repertorio musicale più che vasto senza essersi specializzati nel jazz tramite un’attività musicale ventennale, avrebbe dovuto essere l’idea alla base di Pagani.

Dal 1999 si esibisce assieme al bluesman Roberto Ciotti e comincia ad occuparsi anche di arrangiamenti di colonne sonore cinematografiche e di musical.

Quest’anno nel suo Paese ha pubblicato un album di produzione indipendente, per quanto concerne le attività con i suoi gruppi Jazz Trio e Latin Trio degli ultimi anni, che ora attende il momento propizio per essere lanciato su scala mondiale.

Per quanto riguarda il debutto sul mercato giapponese de “Le storie d’amore”, possiamo dire che è un album di trio focalizzato su melodie italiane, e che comprende anche sei colonne sonore di film.

“A proposito del concept della registrazione, basandoci sull’idea del produttore abbiamo scelto il repertorio musicale e l’abbiamo interpretato e arrangiato a modo nostro. Per la scelta dei brani non ci siamo fossilizzati solo sui fan del jazz, ma abbiamo pensato anche a ciò che poteva risultare gradevole ai più. Per quanto riguarda le opere di Nino Rota e Ennio Morricone, le abbiamo scelte prima cosa per la buona melodia e composizione, e poi perché sono originali, e anche senza le immagini del film penso che siano musiche meravigliose.

Questi due compositori simboleggiano la “Dolce Vita”, l’epoca d’oro dell’Italia moderna, e credo che ancora oggi rappresentino dei punti fermi nei cuori di moltissimi italiani.”

L’aver fatto da un lato una cover di “Estate”, che è l’unico e solo standard jazz italiano a livello internazionale, e poi l’aver ripreso “Fratelli d’Italia”, che è l’inno nazionale italiano, rappresenta una novità assoluta.

“In più ha un’ironia che porta a domandarsi se non sia tipicamente italiano. Anche in Giappone la gente che l’avrà ascoltato (l’inno nazionale: n.d.t) durante i Mondiali di calcio sarà stata tanta, no?

Bellezza espressiva, gusto melodico tipicamente italiano, ed esecuzione swing sono i biglietti da visita che caratterizzano il debutto di questo pianista.